Cocca cola

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La beveva di rado ma, quando lo faceva, il risultato era un boato secco che saliva con violenza dallo stomaco e terminava ogni volta con un:”Aaah! Cocca cola!” con due “c” o, se preferite, quattro. Era così il “Mosca”, al secolo Paride R.: poco elegante nei suoi modi di fare, per non dire rozzo o maleducato. E del resto quel soprannome la diceva lunga. “Sei noioso come una mosca!” gli aveva detto qualcuno un giorno e da allora quel nomignolo gli era rimasto addosso come la grossa voglia di caffè sotto il naso che cercava di nascondere con i baffi. Fisicamente era un merlo: le gambe corte e magre sostenevano un busto “piazzato” che terminava con due braccia che avrebbero fatto invidia ad un sollevatore di pesi. Per farlo arrabbiare bisognava mettercela tutta ma, se ci si riusciva, era bene dileguarsi velocemente. Una volta il “Gigi” dopo un’ora buona che gli rompeva le scatole, aveva calato il jolly facendo un apprezzamento poco elegante nei confronti della sua ragazza. Nessuno ricordava le parole precise, era rimasta bene in mente, però, la reazione del Mosca: “Scendi dalla macchina!” aveva urlato al Gigi mentre questo cercava di diventare invisibile dietro il cruscotto della sua punto bianca. Risultato: il parabrezza rotto, lo sportello quasi divelto dal resto della vettura e due occhi neri. Roba da galera ma, si sa, in periferia la gente tende a rimuovere con facilità e così, dopo il primo giro di “Hai saputo?”, la faccenda era subito caduta nel dimenticatoio. Il giorno successivo li avevano visti ridere insieme davanti a due piatti di pasta da “Nonna Lia” e poi erano partiti con le canne da pesca verso il torrente.

Il Gigi era un attaccabrighe di professione. Il suo nome era Rolando M., il perché del suo soprannome era un mistero. Magro, mediamente alto, capelli a frate, voce stridula, volto secco e violaceo: una caricatura vivente. Lo trovavi appoggiato al muro della porta vecchia a parlare di calcio, oppure al bar a giocare a carte. Non prendeva mai niente da bere ma Giorgio, il barista, non glielo faceva pesare perché dove c’era il Gigi c’erano sempre due o tre persone.

Ma veniamo ai fatti…

Era il giorno di pasquetta e, approfittando della giornata di sole, Enrico era uscito presto: scarpe da trekking e zaino in spalla dentro il quale aveva messo tutto il necessario per trascorrere il pomeriggio. Da qualche mese aveva iniziato a praticare le passeggiate ecologiche: quelle in cui si raccolgono i rifiuti buttati da gente irrispettosa verso la natura e il prossimo.

Quel giorno aveva pensato di raggiungere a piedi il ponte medioevale, laggiù dove il fiume fa un frastuono terribile e, poi, risalire la mulattiera verso il paese abbandonato. Sapeva che in estate molti curiosi sarebbero andati lassù fra quelle rovine e l’idea di renderlo più pulito e accogliente lo faceva sentire bene. Enrico era un adolescente intelligente e solitario. Le sue passioni la scrittura e la lettura: Stefano Benni il suo autore preferito.

Attraversò il vecchio ponte e non poté fare a meno di guardare giù dove due pescatori stavano immobili in mezzo al fiume. Uno di loro incrociò lo sguardo del ragazzo che, timidamente, si girò e proseguì verso la sua meta.

La vecchia chiesa era il primo edificio che si notava dell’antico borgo, poi compariva l’alta casa di pietra e, successivamente, le altre poche costruzioni.

Il lavatoio era l’unica cosa rimasta inalterata dopo tanti anni e l’acqua che vi sgorgava era freschissima e buona. Il giovane, mentre si asciugava la bocca, notò una lattina che avanzava dal terreno: coca cola,  il suo colore rosso non lasciava dubbi!

“Perché abbandonare in giro materiali riciclabili come l’alluminio, la plastica o il vetro? Perché deturpare la natura?” Era una cosa che non digeriva e alla quale non riusciva a dare spiegazione. Quel pezzo di metallo colorato non fu l’unico rifiuto a riempire il sacco nero che si era portato. Impiegò quasi due ore a ripulire la zona fra gli edifici diroccati.

“Ora mi merito una pausa!” pensò anche se non si sentiva del tutto soddisfatto: ogni volta che alzava lo sguardo, non poteva fare a meno di vedere quel sacchetto azzurro attaccato al ramo del grosso castagno. “Troppo in alto per me!”

Si sedette sopra una pietra all’ombra del campanile. Aprì lo zaino e ne estrasse un block-notes ed una bic nera. “Mi è venuta l’ispirazione” disse grattandosi con la penna.

Il pomeriggio era volato via e quando il sole cominciò ad allungare le ombre, il ragazzo si accorse che avrebbe dovuto far presto per non rientrare a casa con il buio: “Devo sbrigarmi!”

Mentre si preparava per il ritorno, una folata di vento fece muovere rumorosamente l’involucro di plastica azzurro sul castagno.

“Ok!” esclamò Enrico: “Mi sembra che tu mi stia lanciando una sfida ed io l’accetterò!” Si diresse alla base del grande albero, poi lo abbracciò e, facendosi forza con le gambe, iniziò a scalarlo. In poco tempo era già a metà fusto: pochi metri e avrebbe liberato la natura da un altro segno di inciviltà.

“Eccoti!” disse soddisfatto il giovane mentre allungava la mano per afferrare il sacchetto. Prima di toccarlo, però, il ramo su cui si era disteso, scricchiolò paurosamente quasi per avvisare il giovane di quanto stava per succedere… poi un urlo ed un tonfo sordo.

Quando aprì gli occhi sentì, improvvisamente, il dolore materializzarsi. Il primo viso che vide era quello di sua mamma sorridente e con le lacrime agli occhi: “Come stai? No, non parlare… sei ancora troppo debole!” Enrico sbatté le palpebre. “Non so se ricordi quello che ti è successo… sei qui da una due giorni… e…” Il ragazzo girò lo sguardo verso i due signori che erano accanto a lei: “Ah, certo… loro… sono quelli che ti hanno salvato la vita!” La donna non riuscì a terminare la frase senza singhiozzare. L’uomo più alto le pose una mano sulla spalla e poi con voce rassicurante:”Beh, ma forse il merito non è tutto nostro… diciamo che va diviso con il Gigi e il Mosca!” Il giovane non riuscì a nascondere lo sguardo stupito. “Ma non ci siamo ancora presentati! Io sono il Dottor Mario M. e quello che vedi accanto a me è il mio collaboratore Nicola F. E’ stato lui stamani ad avere l’idea di leggerti il pezzo di racconto che avevi scritto e questo ti ha svegliato dal sonno in cui eri immerso!”

“A proposito… complimenti!” Replicò l’infermiere: “Abbiamo saputo che stavi facendo una passeggiata ecologica. C’è bisogno di giovani come te rispettosi del prossimo e dell’ambiente! Scrivi molto bene! Hai uno stile simile a Stefano Benni. Ora però vogliamo il finale della storia e sapere quali erano i fatti cui accennavi nell’ultimo rigo!”

Il dottore mostrò il block-notes ed una penna mentre la bocca del ragazzo si allargava in un sorriso.

Pietropaolo Pighini

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