Antonella Giordano

Bagliori nella notte

A quelli della mia gente non capita molto spesso di poter vedere realizzato un sogno. Ci insegnano da piccoli che ognuno di noi ha il proprio destino custodito in una stella e a quella stella guardiamo con ansia quando, nelle notti senza nuvole, scrutiamo il cielo. Sono di origine egiziana e miei genitori, che altra gioia non ebbero nella vita se non me, vollero chiamarmi Mena, che nella mia lingua significa sogno realizzato. Ho trascorso l’infanzia e gli albori dell’adolescenza senza mai allontanarmi dal piccolo villaggio in cui nacqui, quando mia madre, dopo i tanti aborti, si era ormai rassegnata a non poter dare un figlio a mio padre. Le gravidanze cominciavano bene ma si concludevano tutte prematuramente perché il suo ventre cedeva alle reni, spezzate da giornate di lavoro sotto il sole per portare a casa a fine giornata un sacchetto di farina per la focaccia.

Conobbi presto il sudore di mia madre perché dopo avermi partorito, non appena fu in grado di mettersi in piedi, mi fasciò in una stola che mise dietro la schiena e mi portò con sé nei campi. A quattro anni cominciai a lavorare anch’io e, come tutti i contadini, entrai a far parte dell’eterno delirio prodotto dalla lotta per la sopravvivenza e dalla quotidiana sfida contro l’infelicità.

Il tempo dell’infanzia scorre con ritmi veloci e monotoni per chi non sa cosa siano i trastulli e la spensieratezza. Solo il succedersi dei colori, prodotti dall’avvicendarsi delle stagioni nella sterminata vallata dove era situata la nostra casupola, donava alle anime che la popolavano una tenera carezza e un filo di fiducia nel materializzarsi del dopo, presente nella stella nella quale avevo riposto i miei sogni.

In quel nostro pezzo di mondo si lottava per vivere.

Quando la vita impone prove dure per sfangare un tempo personale crudele, che si compiace di tenere stretto il proprio ostaggio ostinandosi a non scorrere velocemente, si cerca avidamente un luogo dell’anima, la tana amata nella quale rifugiarsi per volare con le ali della fantasia, a mezz’aria tra sogno e realtà.

Elessi come tana della mia anima un angusto corridoio incuneato tra due macigni di granito, in cima ad uno sperone fatto di rocce a strapiombo. Quelle rocce divennero il mio avamposto segreto, agognato al termine delle giornate di faticoso lavoro nei campi.

In lontananza, il mare s’imponeva in tutto il suo fascino maestoso e, talvolta, inquietante.

In quegli attimi, scanditi dal frinire stridulo degli insetti, mi sentivo come sospeso nel cielo azzurro, al centro di un’intera galassia, in balia dell’infinito.

Altre volte, l’immenso spazio della vallata arpionava il mio sguardo verso un inarrestabile fiume umano, fatto di uomini, donne e bambini e rimanevo, per ore, ad osservarli nel vano tentativo di trovare almeno una risposta ai miei mille interrogativi.

“Ma dove ti sei cacciato? Io e la mamma non sapevamo più dove cercarti… Ma cos’ha questo posto di così interessante da spingerti a startene qui per ore… Non sai quanta pena ci dai…”

“Padre, perdonami, vengo qui per avvicinarmi di più alla stella dei sogni. Da qui posso salutarla quando nasce e farmi riconoscere. A casa non riesco a vederla…”

“Figlio mio, cominci ad essere grande e dovresti capire che i sogni li debbono avere i ricchi e i potenti. Alla povera gente basta salutare ogni mattino il sorgere di un nuovo giorno, avere qualcosa da mettere sotto i denti e un giaciglio sul quale distendersi… noi…”

“Padre, un giorno toccherà anche a noi andar via da qui? Saremo come quegli uomini lontani? Dove andremo?”

Come formiche in processione, quell’umanità in cammino si dirigeva lungo una scorciatoia che conduceva al litorale. Li vedevo allontanarsi fino a diventare piccole ombre nella sconfinata marina, dal colore dorato dove, tra ciuffi d’erba e frammenti di resti organici di tanto in tanto si intravedevano sparuti reperti scampati all’impeto delle correnti che li trascinava a riva, dopo averli a lungo impietosamente mulinati.

In tempi e modi imprevedibili si profilavano così alla vista le molte vestigia di un’antica civiltà imbalsamata da una storia remota, dalla quale sia io che quegli uomini non sentivamo di discendere.

Ero solo un fanciullo ma conoscevo le vite di tutti. Il villaggio era minuscolo e era impossibile ignorarsi. Ciò che avveniva diventava di dominio pubblico immediatamente e le notizie non trovavano limiti nel circolare, arricchendosi di sempre maggiori dettagli, più o meno inventati.

Chi, quasi sempre per necessità e raramente per scelta, si determinava a partire era avvezzo alla fatica nelle canicole truci della siccità e abile in ogni inventiva manualità.

Ciascuno portava in sé storie di vite amare e sudori antichi: facce e le mani dure, maculate dalla precoce vecchiaia prodotta da un sole inflessibile, pelle bruciata dalle indiscrezioni del caldo, enormi bisacce che invadevano trasversalmente le spalle, camicie incolori troppo strette in cui s’insinuava un’umidità fastidiosa, pantaloni troppo larghi che andavano a morire su scarpe dalla tomaia precaria, sacche rose dalle tarme.

Anche quando le carezze del vento diventavano insidiose non rinunciavo ad accompagnare quelle anime fino a quando non diventavano punti lontani ingoiati dalla linea dell’orizzonte. Camminavano adagio, incuranti del brulicare silenzioso delle bisce sulla ghiaia, sotto le abbaglianti vociferazioni della calura, nelle forre e, poi, lungo le trazzere verso la costa, la linea di confine che avrebbe dissolto per sempre la complicità con un’esistenza trascorsa nella povertà. Nessuno alzava lo sguardo o volgeva gli occhi verso i campi, dove aveva vissuto gli anni dei sogni giovanili.

Assomigliavano, quei corpi, a pellegrini in processione silenziosa, assorti nei propri pensieri, a testa bassa come per contare tutti i sassi, per misurare i passi, per fermare nella mente ogni frammento di quella loro terra dove si era consumato il fioco sogno di un riscatto, annientato dalla immemorabile sorte d’infelicità.

Davano l’impressione di essere coscienti che il loro senso di identità fosse sospeso ad un filo, esattamente come quello di chi sta per affrontare un duello rusticano inutile perché ha la consapevolezza di essere colpito a tradimento dal nemico.

Come giunchi schiaffeggiati dal vento sembravano in balia di un destino ignoto. Come giunchi le loro radici non affondavano nelle viscere di quella terra, l’amata terra africana, che li aveva accolti alla nascita con le carezze dei suoi colori, li aveva svezzati con la forza delle sue tradizioni millenarie, li aveva vellicati con cieli stellati e con il calore di un sole imperioso.

Quella loro terra cantava il suo dolore, il dolore che la feriva ogni volta che uno dei suoi figli andava lontano e faceva giungere il suo canto nella profondità degli animi attraverso la dolce danza dei ricordi, intessuti di luci e speranze, perché non venisse dimenticata.

Notavo che il loro passo, sotto la livida cappa d’aria infuocata che affannava il respiro e stremava, diventava sempre più pesante. Era come se una forza oscura li trattenesse per impedir loro di scappare, per non indirizzare i loro pensieri verso quel futuro che, molti anni più tardi, avrei capito che solo i mercanti reclutatori di manodopera e gli scafisti potevano descrivere come meraviglioso.

Frequentare il mio rifugio segreto divenne una sorta di rito ma dovetti arrivare alla soglia dei dodici anni per capire che ciò che spingeva la gente a fuggire non era solo la fame.

Nelle città vicine esplose la primavera araba e tutta la polizia concentrò nella capitale. I tristi presagi s’imponevano prepotentemente nel mio ingenuo sentire di bambino e faticavo non poco per trovare spiragli di fiducia che li dissolvessero definitivamente. Era giunto anche per me il giorno in cui avrei dovuto aggrapparmi alle stille di una fiducia che facesse diga alla disperazione, alle asprezze del destino e a tutte le tribolate vicissitudini che tarpano le ali alla speranza e avviarmi lungo il terribile cammino tracciato da anime silenziose. Nel mio villaggio improvvisamente si respirò aria di morte. La gente non sarebbe emigrata per fuggire dalla miseria ma per non rischiare di essere sterminata. Io ero piccolo ma abbastanza grande per leggere il terrore negli occhi dei miei genitori. Giorno dopo giorno, mentre tutti venivano depredati di quanto del necessario per sopravvivere e della dignità di essere umani, contavamo il numero crescente di persone uccise o schiavizzate.

Una sera mia mamma venne a darmi il bacio della buona notte e, con gli occhi gonfi di lacrime, mi disse: – Non dimenticare mai tutto quello che ti abbiamo insegnato. Non dimenticarti di noi.

Non capivo ma non feci domande. Avevo tanta fame e freddo. Chiusi gli occhi e sognai la pace, una bella casa e tante cose da mangiare. Ciò che accadde dopo non lo so. Ricordo solo che mi risvegliai su un camion pieno di animali.

Mi avevano insegnato che la fame può dare le allucinazioni. Mi stropicciai gli occhi per verificare che fossi sveglio veramente.

Continuavo ad essere stritolato dalle bestie mentre il camion procedeva all’impazzata tra sentieri tortuosi. Chiamai la mamma e, poi, papà.

Dopo ripetuti richiami un uomo dall’aspetto minaccioso, barba ispida, denti sconnessi, sguardo luciferino schizzato da occhi lividi mi colpì in testa con un bastone urlando di chiudere la bocca e di scordarmi la mamma se volevo salva la vita.

Mio padre, all’insaputa di mia madre, aveva versato dieci euro, l’equivalente di ciò che possedevamo, per acquistare per me un passaggio attraverso il mediterraneo, verso la libertà e, forse, i sogni. L’uomo mi disse ciò in tono brutale e continuando a picchiarmi ovunque. Credo che mi avrebbe ucciso se, provvidenzialmente, non fossimo stati raggiunti dalle pallottole di cecchini che sparavano furiosamente. Recitai a ripetizione tutte le preghiere che conoscevo. Mi accorsi che tra le bestie c’erano altri uomini e donne e mi rincuorai. I nostri carcerieri comunicavano continuamente al telefono con altri loro complici in un linguaggio in codice: a noi arrivavano solo ordini rapidi e rabbiosi. A terra, giù giù, strisciate, svelti, correre correre, silenzio. Strisciammo carponi per ore con le teste immerse nella sabbia sotto le sferzate delle canne dei fucili dei nostri aguzzini fino a ritrovarci su un enorme barcone dove venimmo tutti ammassati all’inverosimile.

Dinnanzi a noi si proponeva l’infinita distesa del mare. Notte fonda e onde alte che si rincorrevano minacciose ma nulla ferma il traffico delle anime dei disgraziati. Il mare ci avrebbe traghettati verso l’ignoto dove ogni promessa era scritta nel buio fitto, in cui sarebbero precipitate la gran parte delle nostre misere vite.

I bambini si stringevano alle vesti delle madri. Donne sfatte dalle tante gravidanze, dalla pelle erosa dai raggi di un sole imperioso, con lunghi e folti capelli raccolti in crocchie sulla nuca, le labbra serrate dallo sgomento e sguardo malinconico. Ancor prima che la barca prendesse il largo il beccheggio diventava ostinato: molti piangevano, qualcuno pregava, tanti urlavano.

La terra si allontanava sempre più, forse per sempre. L’enorme barcone non aveva protezioni. Qualcuno precipitava negli abissi sotto gli occhi di tutti. Gli occhi si gonfiavano di lacrime e si assaporava il sapore amaro del dolore. Io ero terrorizzato al punto che avrei voluto seguire la larva umana ingoiata dal mare ma i miei pensieri vengono travolti dalla schiaffeggiata di un’onda più impetuosa delle altre che mi scaraventò sul ciglio dello scafo. Mi aggrappai con tutte le mie forze ad un lembo, sovrapponendo le mie mani alle molte in cerca di una presa. In quel mentre la mia bocca fu invasa da un sapore dolciastro: era il sangue che stillava a fiotti in tanti rigagnoli caldi. Qualcosa mi aveva perforato la guancia perché l’acqua salata mi bruciava violentemente. Sentivo di stare scivolando fuori bordo, che il mio corpo si stava arrendendo al mare quando un’onda gelida mi rimandò al centro di un groviglio di gelidi corpi avviluppati. La loro presenza diede sollievo alle mie membra che ardevano per la febbre.

In quel momento un raggio di luna si fece strada tra le tenebre. Mi parve di vedere la mia mamma e di udire la sua voce: -Non dimenticarti mai di Dio – mi diceva – perché Lui non si dimentica di te… le difficoltà fanno diventare gli uomini grandi. Pregai e mentre pregavo dicevo a me stesso che dovevo farcela.

Improvvisamente vidi luci lontane che fioccavano nel buio. Terra? Deliravo?

Terra, finalmente. Non sapevo dove mi trovavo.

Spintonandoci con arnesi dalla punta acuminata ci fecero scendere sulla spiaggia dove c’erano altri trafficanti ad attenderci.

Sentii qualcuno dire che eravamo in Sicilia ma io non sapevo se si trattava di una città o di uno Stato.

Le gambe vacillavano e non riuscivo a camminare. Sopraggiunse un omone. Mi buttò a terra e, tenendomi per un piede, mi trascinò in un antro.

Mi ritrovai insieme a poche persone. I nostri aguzzini ci dissero che noi non avevamo pagato per intero il traghettamento attraverso il Mediterraneo. Fino a quando non avrebbero ricevuto per ciascuno di noi i diecimila euro che chiedevano saremmo stati ridotti ad ostaggi da torturare a loro piacere. Dando libero sfogo a tutta la loro brutalità ci sottoposero ad una vasta gamma di sevizie che andavano dalle sigarette accese da spegnere sulla pelle a stupri e scosse elettriche sui genitali.

Mio padre chiese tempo per racimolare la cifra. Furono inflessibili. Se non fosse arrivato il denaro entro venti giorni mi avrebbero ucciso. Non so come abbia fatto mio padre a soddisfare i miei carcerieri.

Dopo diciannove giorni di prigionia mi gettarono sul ciglio di una strada polverosa. Non c’era un minimo lembo del mio corpo che non fosse dilaniato da piaghe infette. Dei miei compagni di pena non seppi più nulla.

Un passante mi notò e telefonò alla polizia.

Fui condotto in ospedale e, una volta dimesso, in un centro di accoglienza. Lì ogni sera volgevo lo sguardo al cielo e ricordavo le parole di mia mamma.

Lavorare e imparare l’italiano divennero il mio primo imperativo. Studiare quello immediatamente successivo. Facevo lavori di ogni genere per mantenermi. A fine giornata ero stremato ma sono riuscito comunque a conseguire licenza di terza media e poi il diploma di scuola superiore con il massimo dei voti.

Ho vinto una borsa di studio per frequentare l’università. Lavoro e continuo a studiare. La mia storia per ora si ferma qui. Posso dire di avere realizzato un sogno ma ogni sera non smetto di rivolgere il mio sguardo al cielo.

Il mio pensiero vola sempre verso la mia terra, nel luogo in cui sono nato. Lì in un piccolo abituro so che c’è mia madre che mi aspetta. Non so quali segni le avrà lasciato il tempo. L’immagine che ho di lei è quella che s’impresse nella mente e nel cuore quand’ero bambino e che mi accompagna ancora oggi. Una donna dal corpo fiaccato dal lavoro. Diversa da quelle che incontro quotidianamente. La sua giovinezza probabilmente fu una stagione che svanì molto tempo prima del mio arrivo perché nessun segno della sua presenza mi accolse. Nessuno ad eccezione della luminosità dello sguardo e del sorriso che sono e saranno sempre la mia forza, il coraggio per andare oltre il tappeto di pietre d’inciampo di cui è stato disseminato il mio cammino. Quando nella notte fanno la loro comparsa le stelle cerco nei loro bagliori la forza di credere che si avvicina il momento in cui riuscirò ad abbracciarla, il giorno in cui il calore sprigionato dalla radiosità di quello sguardo e di quel sorriso finirà di essere un ricordo lontano.

Antonella Giordano