Acqua

E’ difficilissimo essere bambino a Diol Kadd, in quel piccolo villaggio piantato nell’immensità della savana e sconosciuto a tanti, quasi a tutti. Qualche capanna che mal somiglia ad una casa, una piccola moschea sopra i sassi e sotto il cielo aperto e qualche pozzo sono il tanto ed il poco, il tutto ed il niente che qui vi si puo’ trovare. Una pista ruvida ed assolata, quella che sporca e brucia i piedi nudi dei suoi abitanti, rallenta i loro passi e li ferma dinanzi ad un futuro che chissà se arriverà.

E’ difficilissimo essere adulto a Diol Kadd: non si conoscono sogni, non si rincorrono desideri. Lo sa bene Jamir, abituato a starsene rannicchiato sulle ginocchia, con le braccia conserte, a guardar scorrere i giorni tutti uguali, con una curiosità enorme intrappolata in due occhioni neri e tristi.

L’odore acre delle strade sbrecciate gli pizzicava le narici, anche se adesso era lontanissimo dalla terra madre che gli aveva dato la vita per la prima volta. Era nato dalla pancia di una donna nera dalle forme giunoniche, scomparsa per setticemia subito dopo il parto. Era stato in parte attaccato al seno di altre femmine generose, in parte allattato artificialmente dai sei fratelli con cui era rimasto. Suo padre era partito non si sa per dove alla ricerca di un lavoro, ma non era mai più tornato, né aveva fatto recapitare denaro per aiutarli in qualche modo.

Per la seconda volta Jamir era nato quando una donna ed un uomo dalla pelle bianca lo avevano adottato e condotto in Italia, con la promessa di rendergli la vita migliore.

Non avrebbe mai voluto lasciare i fratelli, erano tutto cio’ che aveva, ma la loro capanna era stata distrutta da un terremoto senza precedenti ed ognuno aveva dovuto pensare solo a se stesso. Lui, solo e piccino, era stato dapprima accolto in un campo di suore volontarie giunte in missione per portare beni di prima necessità, poi era finito in un orfanotrofio di circostanza, dove quelli più fortunati riuscivano a trovare famiglia per intercessione di assistenti sociali italiani che prendevano a cuore storie di vita drammatiche come quella di Jamir.

Aveva cinque anni lui, quando arrivo’ in Italia. Era magro, magrissimo e non parlava. La mamma bianca si chiamava Lia ed era quello che non aveva mai avuto: dolcezza, sicurezza, amore. Ogni giorno lei ripeteva le stesse parole, gli stessi gesti, le stesse espressioni del viso. “Piccolo Jamir, noi ti amiamo dal primo istante in cui ti abbiamo visto. Devi fidarti, devi aprirci il tuo cuore e soprattutto devi essere finalmente bambino”. Poi lo abbracciava forte, lo lavava, gli cambiava i vestiti, gli comprava i biscotti al cioccolato e qualche volta lo conduceva in un ambulatorio dove una signora con il camice bianco gli faceva fare dei disegni e lo spronava – carica di speranza – a tirar fuori la voce. Le notti di Jamir si popolavano di mostri e brutti incubi: spesso si svegliava a cominciava ad urlare. Erano suoni duri, vocalizzi aspri e soffocati. Mamma correva nella sua camera, lo sollevava dal letto e lo stringeva fortissimo al petto, fino a che i loro cuori riuscivano a fondersi in un unico battito. A quel punto il terrore si dipanava placido, il respiro si faceva lento, i singhiozzi mano a mano scomparivano e il letto tornava ad essere comodo giaciglio di sogni. Anche babbo Lorenzo si prendeva cura di lui con pazienza e dedizione. All’ inizio non era stato facile abituarsi ad un nuovo bambino e soprattutto al fatto che dormisse nello stesso letto di Davide. Spesso si chiedeva come sarebbe stato se il loro primo figlio non fosse morto di leucemia all’età di sette anni. Probabilmente non avrebbero pensato all’adozione o forse lo avrebbero fatto comunque, spinti dal desiderio di aiutare il prossimo. E Jamir adesso avrebbe un altro fratello.

Quando rientrava dal suo studio si spogliava delle vesti di Avvocato e indossava quelle di un supereroe, piuttosto che di un mago, uno sceriffo o un animale. Jamir rideva a crepapelle, ma non parlava e questo a Lorenzo creava un enorme disagio.

“La paura maledetta ti ha rubato l’infanzia e la voce, ma prometto che faremo di tutto per restituirti cio’ che ti spetta. Insieme ce la faremo!”.

La terza estate dopo l’adozione trascorse tranquilla: Jamir conobbe il mare, i castelli di sabbia, le scorpacciate di gelati e i voli dell’aquilone. Una mattina, l’ultimo giorno di vacanza, mamma Lia lo portò in spiaggia molto presto, prima del rientro nel caos di Milano città. Si udiva un leggero sussulto delle onde, come un respiro profondo del mare, ed era bellissimo stare a guardarlo mano nella mano, quando all’improvviso nell’aria si levò una voce decisa e nuova:

“ACQUA”.

Lia si guardò attorno e vide che non c’era nessuno a parte loro. Jamir era in piedi accanto a lei e guardava diritto all’orizzonte.

Silenzio. Incredulità. Paura.

Poi di nuovo: ”Acqua”.

Era stato il suo bambino a pronunciare quella parola, non c’erano dubbi, e, adesso, aveva il piccolo indice alzato ad indicare il mare. Dopo pochi secondi di sgomento, Lia esclamo’: ”Jamir, hai parlato. Ti ho sentito. Per favore, fallo ancora!”.

Ma il bambino percepì il tono spaventato di sua madre e corse via, allontanandosi da lei a gran velocità.

Successe ancora.

“Mamma, acqua”

“Mamma, acqua”

Nell’aria c’era musica ed era la più bella.

Mamma Lia pianse e capi’ subito che, dopo il tempo della paura, era finalmente giunto quello della speranza. Quel bambino color cioccolato dai riccioli ribelli stava pian piano aprendo il proprio cuore a nuovi spiragli di luce e d’amore.

Lentamente quel muro eretto per proteggersi dal male e dal terrore stava sgretolandosi sotto la spinta di nuove emozioni. Jamir adesso teneva stretta la mano di sua madre ed insieme tornavano a casa con una nuova luce negli occhi.

Non era mai stato bambino fino a quel momento, quello in cui si era slegato dai lacci stretti di un’infanzia infelice.

Era bastata una parola magica, come balsamo, a sciogliere i nodi di un passato difficile.

ACQUA.

Quando alzo’ lo sguardo, Jamir vide un gregge di pecore che seguiva il pastore barbuto avvolto nei suoi abiti di pezza stropicciati.

Si avvertiva l’odore pungente delle bestie e quello speziato proveniente dalle strade vicine.

Alcuni bambini giocavano, scalzi, a tirarsi una palla di carta e un gruppo di donne parlava a gran voce, gesticolando in maniera accentuata.

Nella mente di Jamir cominciarono a sciogliersi ricordi fino a quel momento congelati. Basto’ un attimo, basto’ l’immagine sfuocata di sé bambino con le lacrime agli occhi: tolse le scarpe e posò i piedi nudi sulla terra sporca e calda. Raggiunse i bambini e chiese di giocare con loro, mentre nella testa si riavvolgeva la pellicola di un film, quello del suo passato.

Adesso se le ricordava bene tutte le volte in cui era andato al pozzo, con ragazzini della stessa età di quelli con cui stava giocando. Facevano una fila lunghissima e poi tornavano alle capanne con secchi pieni d’acqua e piedi sanguinanti. E c’erano gli insetti, quelli che avrebbero mangiato le loro mani se non fossero riusciti a riportare i secchi a casa. Questo dicevano gli adulti. E questo era il terrore dei più piccoli: nelle loro notti c’era il mostro che veniva a cercarli se non andavano al pozzo.

Erano passati diversi anni da allora. Adesso Jamir era padre di due gemellini e quel viaggio nella sua terra era senza più paura.

Mamma Lia era al suo fianco e lo teneva per mano nel taxi dai seggiolini ricuciti con un filo di ferro.

Erano lì, insieme, per essere felici.

Grandi passi in avanti erano stati fatti nell’arco temporale di vent’anni, da quando Jamir aveva pronunciato la sua prima parola nella terra dei bianchi a quando una nuova scuola era stata piantata come un seme nella meravigliosa terra dei neri. Duecento bambini, grazie a Jamir, alla sua famiglia e ad un’associazione benefica da loro gestita, adesso disponevano di aule dove potevano imparare, di una mensa dove potevano nutrirsi e di un grande pozzo d’acqua potabile, recintato da muretto in pietra e inaccessibile ad insetti e mostri.

Finalmente sorrisi, finalmente acqua a volontà per tanti nuovi piccoli “Jamir”, finalmente bambini per davvero.

Era sempre difficile essere bambini a Diol Kadd.

Era ancora più difficile essere adulti, lì dove continuavano a mancare strumenti per costruire il futuro.

C’era però nuova speranza, che scorreva come linfa nelle vene di Jamir e splendeva come luce negli occhi degli abitanti di quella terra che lentamente cominciavano a credere nel sogno realizzato di un domani.

Daniela Cavone