Acqua!

3.5
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A metà salita mi girai: Alberto era fermo trenta metri più in basso, piegato con le mani sulle ginocchia e ansante. Aveva poggiato le due taniche vuote da dieci litri per terra e stentava a riprendere fiato. Rimasi indeciso se tornare indietro per dargli un minimo di aiuto o restare ad aspettare che si riprendesse. La mia preoccupazione primaria, egoistica ma dettata dalla necessità, era per le taniche: valutai se potessi aggiungerle alle mie tre e no, decisi, non ce l’avrei mai fatta.

Quindi spronai mio fratello: «Avanti, manca poco, al ritorno sarà tutto in discesa.»

Pura verità, ma con in più il peso dell’acqua che ci avrebbe fatto cadere sui ciottoli sconnessi almeno una decina di volte.

Questo però non glielo dissi: era il primo accaparramento, per lui, ed era bene che apprendesse con l’esperienza come fosse dura la vita.

«Vai tu», gridò. «Io ti aspetto qui.»

Col cazzo!

I venti litri che a malapena sarebbe riuscito a trasportare erano indispensabili per la famiglia, quindi a costo di farlo andare avanti a calci nelle palle sarebbe arrivato alla sorgente.

Continuavo, come tutti, a usare quel nome per indicare il misero rivolo che sgorgava dalla roccia, un centinaio di metri più in alto.

Allungai lo sguardo oltre Alberto: un carica acqua professionista arrivava baldanzoso con le sue taniche da cinquanta, senza nessuna fatica apparente.

Sapevo quello che sarebbe successo, perciò mi sgolai: «Avanti, Albe’, mettiti in piedi e andiamo. Svelto!»

Mio fratello fece uno sforzo enorme per ubbidirmi, lo percepii anche da dov’ero: si raddrizzò e agguantò le due taniche. Ma non fece in tempo a muovere un passo: il carica acqua lo raggiunse e gli assestò un colpo tremendo pieno di sadico piacere alla nuca che lo stese al suolo. Dopo di che l’energumeno rise, pregustando il prossimo bersaglio che si sarebbe parato sulla sua strada: io.

Una rabbia sorda mi esplose nel petto: aspettai quel bastardo e quando fu a tiro gli spappolai un ginocchio con un colpo di Glock. Le sue urla furono una vera sinfonia per le mie orecchie. Non soddisfatto piantai un paio di proiettili in ognuna delle taniche che trasportava, rendendole inservibili, almeno per il momento. Nei giorni a venire abili artigiani le avrebbero riparate e riconsegnate come nuove al proprietario, di sicuro un benestante di fascia C. Il che non si poteva dire di certo del ginocchio del figlio di puttana ai miei piedi, che aveva ridotto le sue urla a un lamento irritante.

La piccola folla che si inerpicava per la salita non fece caso a quello che era successo: sapeva quanto erano stronzi i carica acqua, come i più agiati li sceglievano spesso tra ex galeotti o skinbulli proprio per la loro crudeltà e mancanza di etica. Episodi del genere accadevano tutti i giorni e niente poteva distrarre la gente dal suo obiettivo vitale: arrivare in cima.

Io invece dovetti tornare sui miei passi per aiutare Alberto, non c’era altro da fare, maledizione.

Quando arrivammo ai tornelli la rabbia era tangibile, serpeggiava tra le decine di uomini e donne che a stento riuscivano a restare educatamente in coda. Non feci in tempo a capire il motivo della collera generale che mi trovai davanti al custode della sorgente, un impiegatucolo ministeriale basso, gonfio della viscida opulenza del suo rango, che si atteggiava a re del mondo.

Con infinita calma esaminò i documenti, rimbalzando gli occhi porcini da me ad Alberto all’autorizzazione comunale.

«E no», disse alla fine. «Non ci siamo.»

«Che vuol dire?»

«Tu vai bene, ma quest’altro non è tuo padre. Qui c’è scritto che è tuo padre l’autorizzato al prelievo, quindi…»

Dopo quello che avevo passato per arrivare fin lì il mio umore non era proprio dei più benevoli: «Mio padre si è sentito male la settimana scorsa, proprio qui. È quasi schiattato per la fatica, ricordi? Tu c’eri. E sei rimasto seduto senza alzare un dito. Ricordi? Lo ricordi, vero?»

Man mano che parlavo il mio tono di voce salì, colmo di esasperazione.

L’impiegato restò a guardarmi, mentre faceva un cenno a un agente in tenuta antisommossa che si avvicinò, la mano sul manganello penzolante dalla cintura.

Solo quando si sentì al sicuro si decise a rispondere: «Mi stai minacciando, forse? Qui le carte parlano chiaro, avresti dovuto far cambiare il nome dell’autorizzato. A ogni modo… Non potete più ritirare cinquanta litri, sono cambiate le disposizioni ministeriali. Massimo trenta, per voi. Quindi va bene lo stesso. Prelevi solo tu.»

Ecco il motivo del malumore della folla.

«Trenta litri per una settimana? Lo sai che non…»

«Ragazzo, questo è quanto: siete cinque in famiglia, sei litri a testa. Vuoi entrare o che?»

Mi girai verso gli altri: «E noi ce ne stiamo qui a sopportare tutto questo? Sei litri, puah! Lo sapete che non basteranno a nessuno di noi, lo sapete, no?»

«E cosa dovremmo fare, eh?» rispose una donna con un fazzoletto in testa. «A me ne toccano diciotto, ma li farò durare. Se queste sono le regole…»

Tutti gli altri annuirono, seppure rabbiosi.

«Guardate là», dissi indicando l’uscita della sorgente.

Un carretto trainato da un lama albino si avviava giù per la discesa, guidato da un carica acqua. Sul pianale di legno otto taniche da cinquanta con impressa bene in vista la lettera H.

Un anziano sbottò: «Himman, il nostro benamato Primio. Schifoso!»

Charles Himman era stato messo a capo della città dal Governo Centrale e se la spassava da anni in una villa sorvegliata come neanche Fort Knox, in cui si mormorava avesse anche una piscina.

Una piscina.

«Quattrocento litri, capite? Noi sei litri a testa… Non vi viene voglia di…»

Loro guardarono l’impiegato sorridere sarcastico e l’agente dal volto duro che fremeva, non aspettando altro che intervenire in caso di disordini.

A uno a uno abbassarono il capo.

Capii che non avrei avuto nessun sostegno, da loro, quindi varcai il tornello.

Eravamo stati messi in guardia, ma nessuno fece nulla.

Nessuno fece nulla.

Quella ragazzina l’aveva detto chiaro e tondo: fermatevi, fate un passo indietro prima che sia troppo tardi.

Ma chi volete desse retta a una bambina con le trecce?

L’avevano derisa, l’avevano fatta parlare senza ascoltarla, Pensa ad andare a scuola, piuttosto!

Invece era andato tutto come lei aveva predetto: il clima era impazzito e la Terra era collassata su se stessa. La corsa per accaparrarsi le risorse necessarie alla sopravvivenza aveva scatenato i conflitti che avevano dato il colpo di grazia a un pianeta già in agonia.

L’aria era stata irrespirabile per decenni, finché la natura, nella sua infinita bontà, aveva posto rimedio alla stoltezza degli uomini.

Solo la pioggia era diventata così rara da ridurre in modo drastico le riserve di acqua.

Ed eccoci qui, a elemosinarne sei litri a testa per una settimana a quel governo responsabile della sua mancanza.

Quando tornammo a casa con le due taniche vuote la mamma rimase a guardarci, interrogandoci con gli occhi induriti dalla vita.

Gli spiegai le nuove disposizioni.

Lei sputò per terra. Nient’altro.

Mio padre, che aveva sentito le mie parole sdraiato sul letto dal quale ormai riusciva ad alzarsi sempre più di rado, disse solo: «Maledetti. Maledetti loro e tutte le loro generazioni future.»

La mia sorellina Annika arrivò di corsa, stringendo al petto la sua bambola preferita.

«Siete tornati! Io e miss Ginger stiamo morendo di sete.»

Un groppo mi bloccò la gola mentre le versavo due sorsi d’acqua in un bicchiere. Ne aggiunsi in altro: «E questo è per miss Ginger.»

Feci cenno ad Alberto di uscire in strada.

Appena soli gli dissi: «Non si può andare avanti così. Dobbiamo fare qualcosa.»

«E cosa?»

Lo odiai. Sì, era giovane, ma non mi bastava più come scusa, la sua totale mancanza di iniziativa mi faceva andare in bestia.

Dalle case vicine ci arrivavano imprecazioni e pianti. Tutto il quartiere era nelle nostre stesse condizioni.

Centinaia di persone.

Infuriate.

Dovevamo solo alzare la testa e dire un enorme Basta!

Quella sera esposi il mio punto di vista a Gisa eMark, fumando scadente pseudotab sintetico seduti su un muretto di quella che una volta era Piazza dei Martiri.

«Si chiama rivoluzione, fratello», disse Mark togliendomi la sigaretta dalle mani per fare due boccate.

«E cosa serve per fare una rivoluzione?» continuò passando la cicca a Gisa. «Per prima cosa un popolo arrabbiato…»

«Ce l’abbiamo», esultò Gisa.

«Oh certo, qui nel quartiere. Ma in tutta la città? In tutto il Paese? In tutto il mondo? Non dimentichiamoci che questa è una cosa globale.»

«Io me ne fotto del mondo», risposi stizzito. «Io voglio entrare nella villa di Himman e fare un tuffo nella sua piscina. Dopo avercelo annegato dentro.»

«Pensi sul serio che non sia solo una leggenda?» chiese Gisa.

«Una ragione in più per andare a vedere.»

«Ah, quindi quella che intendi tu è una rivoluzione casalinga?» domandò Mark.

Lo guardai e mi vidi riflesso nel suo volto: barba incolta, capelli rasati per evitare di doverli lavare, sporcizia sulle gote.

Stavo per rispondergli ma mi bloccai a osservare un gruppetto di skinbulli che passava dall’altro lato della piazza.

Li indicai.

«Ecco Joshua e i suoi. Potremmo coinvolgerli.»

«E con che li paghiamo, con i pidocchi? Non si muovono senza compenso, lo sai.»

«Ma non avranno anche loro voglia di riscatto, di uscire da questa merda?»

«Quelli la merda ce l’hanno nel cervello, altro che.»

Ero d’accordo, ma lanciai lo stesso un richiamo a Joshua. Eravamo stati compagni di giochi, da bambini, e mi piaceva pensare che avesse per me una sorta di rispetto, quel rispetto che di sicuro non provava per gli altri reietti del quartiere.

Si avvicinò sferragliando con le catene che portava dappertutto. I capelli erano raccolti in una cresta altissima, tenuta ben ferma da anni di sudiciume. L’enorme anello che gli bucava il setto nasale lo faceva sembrare un toro da cartone animato. I tatuaggi tribali quasi scomparivano sotto una patina di sporco.

I suoi degni compari si sparpagliarono a ventaglio, più per abitudine che per necessità, di sicuro non si aspettavano nessuna azione violenta da parte nostra.

«Che vuoi?» mi chiese Joshua.

«Da quant’è che non ti lavi, Josh?»

Lui restò a guardarmi, chiedendosi quanto fossi imprudente a fargli una domanda del genere, mentre la mano andava alla mazza ferrata che portava alla cintura.

«Non fraintendermi», continuai. «Volevo solo dire: non ti piacerebbe fare un bel bagno?»

«Già, e dove, pupo? Al torrente rinsecchito? Un bel bagno di terra arida? Mi prendi per il culo? Fammi fumare, piuttosto.»

Gli porsi la sacchetta col pseudotab e le cartine riciclate mentre dicevo: «Si dice che in giro, neanche tanto lontana, ci sia una piscina. Tu ne sai niente?»

Lui scoppiò in una risata di scherno: «Oh, la leggenda della piscina di Himman. Ci sono stato, alla villa, non c’è nessun cazzo di piscina, fidati.»

Rimasi deluso.

Però mi aggrappai a una speranza: «Sei entrato proprio dentro dentro? Magari…»

Tirò due boccate pensierose: «In effetti…»

Si girò versoi suoi uomini: «Qualcuno di voi è andato oltre l’androne, alla villa?»

Poi fece un gesto eloquente, come a cancellare quel quesito: «Certo che no, dove cazzo volete andare, nullità come siete.»

La speranza si faceva sempre più consistente.

«Vogliamo andare a vedere?» domandai. «Così, per toglierci lo sfizio.»

Lui restò a pensarci, rollando un’altra sigaretta.

«Io che ci guadagno?»

«Te l’ho detto: un bel bagno.»

Stavolta la sua risata era di vero divertimento.

«Ma lo sai che ora che mi hai messo questa pulce nell’orecchio… Ma se non c’è traccia di piscine mi dovrai dare la razione annuale d’acqua di tutta la tua famiglia. Così magari me la faccio nel cortile, una vasca da sguazzo. Ci stai?»

Rischiavo molto. Un anno senz’acqua voleva dire di sicuro la morte. Per tutta la parentela. Non me la sentivo di mettere i miei famigliari in mezzo per quello che era un capriccio del momento aizzato dalla collera.

Interrogai con lo sguardo i miei amici. Abbassarono gli occhi, lasciando a me qualsiasi scelta.

Decisi di portare avanti la mia idea. Se fosse sbagliata…

Non volevo pensarci.

«Ci sto», dissi quindi. «Quando lo facciamo?»

«Devi essere proprio fuori di testa, pupo. Non ti farò sconti, è bene che tu lo sappia.»

«Lo so. Quando?»

«Oh, per me anche adesso.»

In effetti s’era fatto notte, quale momento migliore per un assalto a una villa sorvegliatissima?

Mi venne di nuovo lo sconforto.

«Non riusciremo mai a entrare.»

«Io sì», rispose Joshua con malcelato orgoglio. «Non è certo la prima volta, pupo. Andiamo ad armarci, piuttosto. Fiesta loca, esta noche!»

«Devo parlare col Primio, è urgente» disse Joshua alla guardia al cancello. Quella abboccò e ci fece entrare. Da lì in poi fu tutta una sparatoria, a cui io partecipai come potevo con la mia Glock.

Gli skinbulli erano attrezzati con armi pesanti, qualcuno cadde sotto i colpi delle guardie ma alla fine avemmo la meglio. Non certo senza enorme sorpresa da parte mia.

Joshua e i suoi ulularono canti di vittoria atavici, mentre portavano alto come trofeo il nostro amato Primio. Lo condussero nel cortile e lì l’interrogai: «Dov’è la tua famosa piscina, Primio?»

Lui rise a fatica con la bocca tumefatta: «Sapete a cosa andate incontro, vero, stolti? Sapete quali saranno le conseguenze di questa vostra cazzata? Siete morti. Tutti.»

«Non più di te, comunque. Allora, questa piscina?»

«Fottiti, straccione.»

Lo colpii. Erano anni che volevo farlo e la soddisfazione fu enorme.

Joshua sguinzagliò i suoi: «Avanti, cercate quello per cui siamo venuti.»

Poi si rivolse a me: «Non ne ho visto traccia, mi sa che sei sul serio fottuto.»

«Pazienza», risposi fingendo una calma che era l’ultima cosa che avevo.

Il tempo passava e la mia disperazione aumentava. Avevo puntato tutto e avevo perso. Pensavo ad Annika e la sua bambola, a mio padre e mia madre. Ad Alberto. Avrebbero dovuto pagare sulla propria pelle il mio gioco avventato.

Finché uno degli skinbulli non tornò trafelato: «Non ci crederai, Capo. Ben nascosta ma c’è, Cristo se c’è.»

Non solo c’era, ma era enorme. Mi fece venire in mente il mare, che avevo visto solo nelle vecchie fotografie, conservate e tramandate con religiosa cura.

In più un rubinetto garantiva il suo ricambio d’acqua.

Acqua corrente, una cosa di cui avevo solo sentito parlare nei racconti dei più anziani.

All’alba una bicicletta scricchiolante passò per le vie del paese. Mark, con un megafono, invitava la popolazione a farsi un bel bagno rigenerante a villa Himman.

Ingresso libero.

Quasi tutti i cittadini fecero in tempo a sguazzare nell’acqua fresca, prima che la repressione del Governo Centrale si abbattesse su di noi, inesorabile.

Ma almeno morimmo da gente libera.

E pulita.

L’acqua è un diritto di base per tutti gli esseri umani:

senza acqua non c’è futuro.

L’acqua è democrazia.

Nelson Mandela

Mike Papa

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