ACCADE NEL 2015

A volte è Dio che sbaglia la tua ordinazione… se chiudi una porta si apre un burrone … cantava Fedez storpiando un famoso detto popolare.
Il mangiacassette non funzionava da anni, ma l’autoradio riusciva ancora a catturare i segnali più forti e questa frase l’ascoltai due volte nelle sei ore che mi avrebbero portato da Milano a Vasto. Era il 14 marzo del 2015. L’inverno aveva i giorni contati.
La giornata era splendida: un cielo terso dai colori intensi mi costringeva a portare gli occhiali da sole, offrendomi nel contempo, la possibilità di assaporare quella sensazione di calore che mi trasportava in vacanza.

Quel detto mi colpì in modo particolare perché rappresentava una linea di demarcazione fra ciò che è stato e ciò che sarà. Nella sua versione originale è un augurio, un auspicio per qualcosa di più grande. Non si deve però essere eccessivamente pessimisti per capire che non sempre ti capita poi di poter aprire un portone, specie quando la porta che chiudi è quella dell’ascensore, dopo essere sceso di molti piani. Avevo concluso così, qualche settimana prima, l’ultimo atto di uno strano percorso che mi avrebbe portato, in poche ore, a “vivere dopo”. Avrei potuto resistere altri tre mesi e festeggiare i venticinque anni di carriera, ma la dinamica degli eventi non me lo permise. Consegnai nelle mani di un’unica persona le doppie chiavi della macchina, il tesserino di riconoscimento, il cellulare e le altre diavolerie elettroniche che mi avevano accompagnato negli ultimi anni. Non avevo il classico scatolone con gli effetti personali che fanno tanta tristezza e che troppo spesso avevo visto nei film americani. Misi le ultime cose nelle tasche, già gonfie di chiavi di casa e telecomandi che solitamente lasciavo nell’auto aziendale e feci quell’ultimo viaggio verticale, di sola andata.

Arrivai a Vasto in tarda mattinata, con la macchina carica di ottimistica preoccupazione: buon umore e tanta voglia di fare, due materassi sul portapacchi e molto altro materiale che mi avrebbe consentito di operare al meglio. Era questa in fondo la mia nuova attività. Lavoratore in proprio avevo fatto scrivere sulla Carta d’Identità, ingannando probabilmente l’Istat, ma assecondando la mia natura di professionista del “fai da te”. Non ero ancora pronto ad essere considerato un disoccupato o un pensionato. A cinquant’anni “suonati”, limitando le mie aspirazioni, avevo deciso di ritirarmi a vita privata e non potevo quindi essere definito in cerca di occupazione, né percepivo una pensione. Avevo già scritto un libro, quindi, per un attimo, pensai di essere uno scrittore. Ma chi era costui? Allo specchio non mi riconoscevo. Definirmi tale presumeva una visione talmente ampia del termine che, allo stesso modo, cantare sotto la doccia mi avrebbe fatto diventare Vasco Rossi.

Nonostante le notizie allarmanti ed alcuni video sull’alluvione, avevo continuato a sperare che l’acqua avesse solo bussato alla mia porta. Magari quel piccolo rialzo di quindici centimetri che avevo realizzato all’ingresso era stato sufficiente a bloccare il flusso.
La mia casa faceva parte di alcune costruzioni, per lo più fronte mare, che costituivano una sorta di recinzione di un imponente complesso immobiliare costruito con maestria quasi cinquant’anni prima. L’alluvione aveva sorpreso un cantiere edile che, proprio in quei mesi, si accingeva a rifare alcuni scarichi dell’acqua, onde procedere, alla fine, al completo rifacimento del manto stradale. I proprietari degli appartamenti ai piani alti non si sarebbero accorti di nulla e la successiva estate avrebbero trovato la solita località incantevole che appena qualche settimana prima era stata inserita da una nota rivista di viaggi inglese fra le dieci mete italiane più prestigiose. Probabilmente si faceva riferimento alle vacanze per famiglie, ma questo particolare faccio sempre finta di dimenticarlo.

I cancelli erano aperti ed il complesso sembrava deserto.
Avevo preso casa molti anni prima, ma quel giorno ebbi la sensazione di non esserci mai stato. Mi sembrava di entrare dalla porta di servizio di una imponente nave da crociera: tutti conosciamo attrazioni, luci, colori e meravigliose strutture riservate ai clienti, ma se scendi di qualche piano scopri un mondo buio, dai bassi soffitti, fatto di lavoro e sacrifici.
D’un tratto sentii un freddo gelido penetrarmi nelle ossa. Le ruote cominciarono a slittare. Poi, per fortuna, il brecciolino depositato dall’impresa edile mi permise di proseguire. Superate le prime costruzioni più alte, cominciai a “sgranare gli occhi”. Tutte le illusioni del viaggio scomparvero, lasciando il posto ad una cruda realtà. Davanti ad ogni villetta sostavano montagne di mobili, materassi, divani, elettrodomestici.
Sembrava di essere in una zona di guerra.
Il 5 marzo 2015 l’esondazione del torrente Buonanotte aveva portato nelle nostre case migliaia di metri-cubi di acqua e fango. Il lungomare sopraelevato e la statale retrostante costituirono validi argini all’acqua che, una volta entrata, non trovò più alcuno sbocco, creando un lago che solo l’intervento della Protezione Civile riuscì a prosciugare, lasciando comunque dieci centimetri di fango su tutta la superficie. Camminavo a passo d’uomo salutando molti vicini di casa che avevano ormai finito di spalare. “Poveretti, cosa avranno passato,” pensai. Loro, invece, guardavano la mia auto carica fin all’inverosimile e pensavano: “poveretto, non sa ancora cosa l’aspetta.”

Finalmente arrivai davanti a casa. A guardarla non era poi così male.
La mia inadeguatezza si manifestò subito, aperta la portiera. Il fango copriva parte delle ruote. Guardai le scarpe da tennis bianche che avevo ai piedi. Quelle da lavoro, erano nel portabagagli e gli stivali al supermercato. Mandai a mia moglie una foto fatta col cellulare. Fu un gesto istintivo; non volevo fare la vittima, ma credo che condividere le sventure ti aiuti a superarle.
Delle pagliuzze, galleggiando, si erano attaccate al portone ed ai muri adiacenti, segnando in maniera chiara il livello massimo raggiunto dall’acqua. Superavano abbondantemente il cofano della macchina. Più tardi misurai l’altezza: novantotto centimetri partendo dal marciapiede. Quindi no, il cordolo davanti a casa non era stato sufficiente.

Avrei dovuto procurarmi subito un paio di stivali, ma avevo fatto oltre seicento chilometri e la curiosità di guardare dentro era diventata troppo forte. Un po’ di melma non mi avrebbe certo spaventato. Così scesi dalla macchina.
Il fango era argilloso e si attaccava a qualsiasi cosa. Le scarpe dopo pochi passi diventarono vere e proprie zavorre. Nonostante l’effetto ventosa entrai nel garage e, da questo, in casa.
Urtai sullo spigolo di uno dei due comodini della camera da letto. Quella stanza era la più lontana dal punto in cui mi trovavo! Una considerazione che fece immediatamente visualizzare nella mia testa l’immagine dei mobili di casa che veleggiavano in una piscina alta un metro. Dalla porta di ingresso era defluita la maggior parte dell’acqua, creando una corrente che aveva accompagnato all’uscita il piccolo comodino.

Era l’inizio di marzo ma l’inverno non aveva ancora lasciato il posto alla primavera. Fuori c’era il sole ma dentro casa, senza corrente e senza riscaldamento, sembrava di essere in una buia palude al chiaro di luna. L’umidità era insopportabile. Non avevo molto tempo a disposizione; il tramonto era già in agguato. Così presi una torcia e mi limitai a guardare la sala, che comprendeva anche l’angolo cottura. Con la torcia riuscivo a vedere solo ciò che rientrava nel fascio di luce. Il frigorifero per terra non potevo non notarlo. Era ad incasso, originariamente inserito in un mobile di oltre due metri, attaccato al resto della cucina. Dopo le vacanze lo lasciavamo sempre aperto. In questo caso si era richiuso con la prima acqua. Poi, essendo vuoto, si era alzato assieme all’intero mobile, strappando le viti che lo ancoravano agli altri moduli. Si era quindi rovesciato facendo aprire le ante in legno che dopo il deflusso si erano adagiate sul pavimento strappando le cerniere dal compensato gonfio ed ammorbidito. Sui fornelli, un leggero strato di fango non lasciava dubbi sul livello raggiunto dall’acqua. Il lavandino della cucina, invece, si presentava vuoto ed in una posizione stranamente anomala. Era un lavandino a due vasche ben sigillate da mia moglie al termine della vacanza. Lo faceva per l’odore. L’avanzare dell’acqua lo aveva trasformato in una piccola imbarcazione. I gancetti che lo tenevano ancorato al top della cucina si erano strappati per la pressione sottostante, assieme al tubo di scarico flessibile che entrava nel muro. Il neo-natante galleggiò, ma non poté spostarsi dalla cucina perché l’acqua superò di pochi centimetri il top ed il tubo di scarico funzionò come una chiglia, al di sotto della linea di galleggiamento, trattenendo il lavandino nella sua posizione originale. Dopo il deflusso, un flacone di detersivo liquido ormai vuoto che si era sollevato, si incastrò fra il top della cucina ed il lavandino, lasciando quest’ultimo in una posizione anomala, appunto.

Molti arredi ed accessori li avevamo acquistati pochi anni prima. Mi piangeva il cuore a guardarli adesso. Ma poi, tutti quei comodini e scarpiere, a cosa servivano? Molti altri, come la televisione a tubo catodico ed il decoder, rovesciati per terra ed immersi nel fango, era ora di cambiarli. Il divano-letto, avendo una pesante struttura in ferro non si era spostato per niente, sembrava nuovo, appena lavato. Non vi dico però cosa c’era sotto la superficie… La vetrinetta della sala era impeccabile, nulla al suo interno si era spostato, anche se piatti, bicchieri e tazzine piene di fango fino ad un metro di altezza non lasciavano spazio a false interpretazioni.
Avevo visto abbastanza. Non mi rimaneva che iniziare a lavorare. Acquistai un bel paio di stivali e, nello stesso pomeriggio, liberai il garage per poter mettere dentro la macchina, ancora carica.
Mi avevano detto che, purtroppo, la notte avrebbe richiamato disperati in cerca di ferro, elettrodomestici e qualsiasi cosa avesse un minimo di valore. La mia Golf del ’95, a guardarla in quelle condizioni, poteva anche essere considerata da rottamare.

Scesi in Abruzzo con un amico, proprietario di un villino che aveva a piano terra solo la zona giorno. Entrambi fummo ospitati da un altro comune amico, che abitava invece al terzo piano. Sarebbe potuto essere fra quelli fortunati, ma poche settimane prima gli avevano svaligiato casa; era dovuto scendere per la denuncia e per ripristinare un minimo livello di sicurezza ma, mentre attendeva il fabbro, l’alluvione lo aveva colto nel sonno danneggiandogli gravemente la macchina. Privato anche della luce elettrica fu costretto ad una settimana di albergo dopo essere uscito dal complesso residenziale con un canotto della Protezione Civile. Proprio così fortunato non era.

A mezzogiorno ed alla fine di ogni giornata di lavoro, rientravamo a casa sua con gli stivali che pesavano due chili ciascuno ed un giubbotto di colore indefinito. Non potevamo cambiarci sul “posto di lavoro”, non c’era un luogo per farlo e, in ogni caso, poi, dovevamo uscire ed il fango dalle strade non lo aveva tolto ancora nessuno, anzi, si sommava a quello che toglievamo noi dalle abitazioni.
Sembravamo due minatori appena usciti dal sottosuolo.
Se fossimo dovuti andare in albergo non so come avremmo potuto fare, ma l’immagine raccapricciante di noi che entravamo nella hall di uno dei due soli hotel aperti, entrambi a quattro stelle, mi ha accompagnato per parecchio.

Dopo alcuni giorni anche davanti a casa mia si formò una montagna di mobili e altri accessori da buttare. Ci dissero che tutto sarebbe stato portato in discarica dal Comune. Chi non è mai stato in un’isola ecologica non può comprenderne il sollievo che provai. Andare in discarica è sempre stata un’impresa. Quando va male è tutto automatico. Si entra con la tessera sanitaria, purché tu risieda nel Comune in cui si trova la ricicleria. Nella migliore delle ipotesi qualcuno controlla il documento, ma io risiedo sempre a Milano quindi nella ricicleria di Vasto non potrei entrare. Devo quindi ancora capire come cambiare in Peter Pan il mio nome e cognome, perché quella non è un ‘isola ecologica’, ma è “l’isola che non c’è”.

Trascorsa una settimana, i risultati furono deludenti. Passai da una casa arredata, molto sporca, ad una casa semivuota, ma sempre molto sporca. Avevo però pulito le prese di corrente e sgomberato il giardino dal fango, azioni obbligate visto che la melma all’esterno cominciava ad essere più alta di quella di casa ed era di vitale importanza accendere la luce ed iniziare ad usare gli elettroutensili.
Riattivata la corrente infatti passai dal lavoro in miniera all’impresa di pulizie. Non era ancora il momento di lucidare i vetri ma, con una idro-pulitrice in mano, la battaglia contro il fango si combatteva ad armi pari.

Tornavamo la sera stanchi ma soddisfatti. Il nostro amico ci faceva trovare sempre qualcosa di caldo, compresa l’acqua per la doccia. Si scherzava del più e del meno, più del meno che del più, ma senza piagnistei. Parlarne alleggeriva il peso ed aiutava lo spirito. C’era un bel clima, di quelli che si fissano, da qualche parte, nella nostra memoria. Peccato si trattasse solo di pochi momenti di lucidità. Il limoncello d’Abruzzo ci accompagnava velocemente nel mondo dei sogni.

Si dice che il mare d’inverno sia qualcosa di incantevole. Peccato esserselo perso. Dopo i primi giorni in miniera era già primavera. In compenso onorai la nuova stagione facendo rinascere quel poco che ancora rimaneva. Sapevo di perdere del tempo, ma la sfida con la lavatrice caratterizzò l’ultimo atto di quello strano soggiorno invernale. Iniziai facendo uscire decine di litri d’acqua: una mini alluvione generatasi con l’apertura del filtro. Ingannai alcuni sensori che segnalavano erroneamente lo sportello aperto, piuttosto che il filtro intasato e riuscii a farla funzionare. Feci quattro lavaggi, per lo più stracci e lenzuola che avevo usato per le pulizie. Quando saliva di giri sembrava il reattore di un aeroplano. D’estate avrei disturbato chiunque nell’arco di cinquecento metri ma la soddisfazione era immensa. Fu l’ultima cosa che buttai via.

Non ho mai capito se qualcuno lassù avesse sbagliato la mia ordinazione. In fondo avevo tanto tempo a disposizione ed avevo fatto del bricolage la mia momentanea professione, quindi, cosa meglio di una bella alluvione poteva tenermi impegnato?
Sono passati quasi cinque anni da allora e, ripensandoci, credo sia stata un’esperienza intensa e particolare. Qualcosa che ti arricchisce.
In fondo la mia è una seconda casa e se mi fossi messo a piangere allora tanto valeva definirsi scrittore.

Prima di andarmene, per difendermi da future alluvioni, misi delle paratie di ferro zincato, alte un metro, davanti a tutti gli ingressi.
“Ma lascia perdere!” mi dicevano. “Non tutti gli anni esonda un fiume!”.
Tutti gli anni non lo so, ma dopo otto mesi, un’altra alluvione e ventotto centimetri d’acqua bussarono alle nostre porte.
Nel cielo qualcuno continuava a piangere.
Per una ordinazione sbagliata non c’era bisogno di affliggersi così tanto.

Forse non è opportuno scherzare sul cambiamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, il clima tropicale… non sono argomenti da ridicole battute.
Ad ogni azione corrisponde una reazione e la natura risponde alle nostre sollecitazioni.
Se il rispetto del pianeta fosse una porta che abbiamo chiuso da tempo, potrebbe anche aver ragione Fedez. Non è detto che in questo caso si apra un portone.

Il mio pessimismo è sicuramente eccessivo, ma che posso farci se nel bel mezzo del cammin della mia vita mi ritrovo in una selva oscura così aspra e forte che la diritta via è smarrita.
Io scelsi di andarmene, come l’acqua sceglie la strada che la porterà al mare; decisioni, non sempre frutto del libero arbitrio, che lasciano un segno.
Al mare ci vado tutti gli anni portandomi dietro un’ottimistica preoccupazione.
Fino a quando saremo noi ad andare al mare, il sole sorgerà … se dovesse essere invece il mare a venire da noi, neppure Noè potrà salvarci.
“Non succederà mai,” diranno gli stessi che hanno deriso le mie paratie!

Ad un futuro migliore.

Enzo Lombardo